venerdì 17 febbraio 2012

LA GERMANIA NON E’ MAI STATA LA LOCOMOTIVA DELL’EUROPA, MA IL RIMORCHIO


L’affermazione che la Germania sia la locomotiva dell’eurozona è uno dei luoghi comuni più superficiali e falsi che viene ancora sostenuto con forza dai politici, economisti e giornalisti di regime (sia di destra che di sinistra), che cercano di convincere e illudere i propri adepti e lettori a seguire i passi del miracolo tedesco per ottenere una pronta ripresa dell’economia italiana. L’attenta analisi dei dati e delle variabili economiche dice invece una verità ben diversa: la Germania è stata il rimorchio dell’eurozona, perché senza il traino e le massicce importazioni di prodotti tedeschi da parte dei paesi della periferia il miracolo tedesco non sarebbe mai avvenuto.

Questo articolo prende spunto dalle interessanti e condivisibili analisi del professore di economia Alberto Bagnai espresse sul suo ottimo blog Goofynomics, in cui il professore non senza ironia prende in giro tutti coloro che ancora si ostinano a non volere capire cosa è accaduto nei 17 paesi dell’eurozona negli ultimi 10 anni. Tralascerò volutamente alcuni dettagli tecnici (che possono essere ritrovati sui vari post di Bagnai dedicati all’argomento, che fra l’altro consiglio a tutti di leggere perché spassosissimi e pieni di citazioni dotte e letterarie) e mi concentrerò invece su quello che mi preme di più evidenziare: la logica ferrea delle argomentazioni messe in campo, che partendo da precisi eventi storici hanno poi trovato conferma nei dati dell’economia. Ovviamente le considerazioni del professore Bagnai sono soltanto un fondamentale punto di partenza, mentre tutto il resto è farina del mio sacco.


Dopo aver visto in un precedente articolo il sistema di regolamento e compensazione dei pagamenti TARGET2, che è lo strumento che ha consentito nella pratica quotidiana la nascita e la proliferazione di squilibri macroeconomici nell’area dell’eurozona, mi sembrava opportuno comprendere il motivo per cui questi sbilanciamenti dei saldi commerciali hanno potuto avvantaggiare soltanto una parte dell’eurozona (la Germania), a danno di tutti gli altri paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna): i dati di oggi confermano che la Germania ha reso molto più efficiente la sua macchina bellica industriale, ma analizzando bene la storia vedremo che in qualche maniera i tedeschi hanno giocato sporco nei confronti dei loro stessi alleati europei, puntando in anticipo rispetto a tutti gli altri su una politica di bassa inflazione e liberalizzazione sfrenata del mercato del lavoro (la Germania è stata la vera Cina dell’eurozona, ma al contrario della Cina non ha consentito ai paesi limitrofi di sviluppare le loro economie locali). Ma andiamo per passi e cerchiamo di ricostruire gli eventi, ritornando al momento in cui tutto ebbe inizio.

Il 9 novembre 1989 cade il muro di Berlino e il potente cancelliere tedesco Helmut Kohl si trova ad affrontare un difficile e costoso processo di riunificazione fra la più moderna Germania Federale e l’arretrata Germania Democratica. Gli squilibri fra questi due paesi sono enormi: basta citare un solo dato per avere un’idea, la disoccupazione nella DDR è al 20% e la sua industria è praticamente ferma in termini di sviluppo e innovazione ai primi anni del dopoguerra. Ci sono città intere da ricostruire da zero come la stessa Berlino Est, Dresda, Lipsia. Secondo alcune stime recenti i costi totali della riunificazione tedesca sono stati circa 1.500 miliardi di euro. Un’enormità.

La Germania Federale può contare su un ottimo tessuto industriale, basato sulla chimica, l’industria pesante, l’automotive, ma malgrado l’indubbia caratteristica di affidabilità e resistenza i prodotti tedeschi risultano ancora molto costosi rispetto ad analoghi prodotti delle industrie italiane, francesi, spagnole, che potendo appoggiare le vendite su una moneta più debole del marco, sono sicuramente più avvantaggiate nelle esportazioni. Italia e Spagna soprattutto, considerati dai tedeschi dei veri e propri stati canaglia per la loro aggressività competitiva, hanno ancora una loro piena sovranità monetaria e possono agire liberamente (tramite il supporto tecnico della propria banca centrale di emissione) sulla leva delle svalutazioni competitive esterne della moneta nei confronti del marco per migliorare il livello delle esportazioni e riequilibrare eventuali squilibri della bilancia dei pagamenti.

Per fare un po’ di cassa al cancelliere Kohl non resta che puntare tutto sul processo di unificazione economica e monetaria della comunità europea, già avviato per altri motivi in quegli stessi anni dalla Francia del presidente Francois Mitterand e del primo commissario europeo Jacques Delors, a cui era stato affidato il compito di studiare un programma e un piano di progressiva unificazione delle monete nazionali in un’unica moneta: l’euro. Dopo un’iniziale accoglienza tiepida di questo progetto, la Germania di Kohl diventa improvvisamente un fautore entusiasta della nascente Unione Monetaria Europea (che a quel tempo contava solo 11 stati rispetto ai 17 attuali: Germania, Francia, Italia, Spagna, Belgio, Olanda, Irlanda, Finlandia, Portogallo, Austria e Lussemburgo).

Il cancelliere Kohl stringe un patto di ferro con il presidente francese Mitterand e il processo di unificazione monetaria europea subisce un’accelerazione impressionante: già nel 1992 vengono firmati a Maastricht i Trattati di Funzionamento dell’Unione Europea. Il proposito del cancelliere Kohl è abbastanza chiaro a chiunque tranne che ai governanti dei paesi coinvolti nell’accordo (per l’Italia in particolare Prodi, Monti, Padoa Schioppa, Draghi, Amato, Ciampi, Dini, tutti uomini appoggiati con ambigua convinzione politica dalla sinistra, ma che in realtà erano ex-banchieri o ex-membri del vecchio regime socialista e democristiano): spalmare gli enormi costi dell’unificazione tedesca sui paesi della periferia dell’Europa, che a causa delle loro beghe interne politiche (ingovernabilità, corruzione) e di bilancio (elevati debiti pubblici) o per paura di rimanere isolati sono costretti loro malgrado o per interessi particolari ad aderire al progetto franco-tedesco di unificazione monetaria. Paesi più stabili economicamente e politicamente come Gran Bretagna, Svezia e Norvegia non pensano neanche per un attimo ad unirsi a questa grande ammucchiata, in cui era molto prevedibile che prima o dopo la grande Germania avrebbe fatto un massacro.

Nel 1998 vengono fissati rigidamente i tassi di cambio fra le monete degli 11 paesi: la lira italiana viene ancorata al marco tedesco con un rapporto di cambio di 990 lire per un marco, in previsione del successivo e definitivo ingresso dell’euro. E’ un tasso di cambio ancora favorevole per le imprese italiane e infatti le esportazioni verso la Germania sono abbastanza sostenute. Intanto, nello stesso anno, in Germania il cancelliere Kohl viene sostituito dal socialdemocratico Gerhard Schroeder, che nonostante sia un oppositore politico, continua pedissequamente il progetto del predecessore: bisogna mettere la Germania in una posizione di vantaggio rispetto ai concorrenti europei (non alleati, beninteso, perché i tedeschi non hanno mai ragionato in questi termini) così non appena verrà introdotta la moneta unica e nessun paese dell’eurozona potrà più agevolarsi di svalutazioni competitive sul tasso di cambio, la grande Germania potrà accumulare enormi surplus di ricchezza con le sue esportazioni.


Dato che non si potranno più utilizzare svalutazioni esterne, bisogna agire sui metodi di svalutazione competitiva interna del lavoro e della produzione per rendere più apprezzabili e convenienti i prodotti tedeschi e la Germania fa proprio questo. Dal 1997 al 2009 il governo Schroeder abbassa progressivamente l’aliquota massima d’imposta per i privati cittadini dal 53% al 42%, mentre per le imprese viene quasi dimezzata arrivando al 29,4%: i margini di profitto delle aziende tedesche possono quindi essere rimodulati su prezzi inferiori. Ma non solo, sfruttando gli alti livelli di disoccupazione (8%-10%) e la minaccia di licenziamenti e delocalizzazione delle imprese, il governo mette a punto un piano di liberalizzazione sfrenata dei contratti di lavoro e riduzione delle tutele sindacali: dal 2003 al 2009 i salari reali dei lavoratori tedeschi corretti all’andamento dell’inflazione e al costo medio della vita scendono del -6% (guarda grafico sotto, dove i salari italiani rimangano stabili mentre quelli tedeschi scendono proprio in concomitanza con l’introduzione dell’euro nel 2002).









Nel 1998 viene inaugurata la Banca Centrale Europea BCE che, su indicazione della banca centrale tedesca Bundesbank che è il maggiore azionista, avrà come scopo principale il controllo dell’inflazione: l’obiettivo della BCE è quello di mantenere l’inflazione annua intorno al 2% per tutti i paesi dell’eurozona, ignorando tutte le differenze produttive, economiche e di spesa che esistono già fra i vari stati. I paesi dell’eurozona si adeguano, tutti tranne la Germania che dal 2000 al 2007 mantiene un’inflazione media più bassa dell’obiettivo della BCE (1,6%), senza che quest’ultima faccia mai notare ai proprietari tedeschi che avere un’inflazione più bassa del target fissato in un contesto di unificazione monetaria può creare scompensi macroeconomici immensi e risulta un comportamento scorretto nei confronti dei paesi alleati. Nello stesso periodo infatti l’inflazione media dell’Irlanda (3,4%), Grecia (3,2%), Spagna (3,1%), Portogallo (2,9%) risulta più alta. L’Italia (2,1%) si mantiene invece abbastanza aderente al vincolo europeo, ma questa costante divaricazione dell’andamento dei prezzi al consumo fra la Germania e i paesi PIIGS sarà fondamentale per la nascita di quegli squilibri macroeconomici che stanno portando al collasso l’intero sistema dell’eurozona.

Nel 2002 viene introdotto l’euro e la Germania entra a piedi uniti nel mercato unico, avendo già attuato in pratica una politica di svalutazione competitiva interna sui prezzi e sul lavoro (precarizzazione del lavoro, riduzione dei salari, minaccia di disoccupazione, aumento delle disuguaglianze sociali) che la mette in una posizione di netto vantaggio rispetto agli altri paesi (alla faccia dei sani principi comunitari di sussidiarietà e collaborazione). La forbice dei prezzi continua ad aumentare e questo rende più agevoli e convenienti le esportazioni tedesche nei paesi PIIGS, ma allo stesso tempo rende più complicato esportare in Germania per i paesi della periferia perché i prezzi dei loro prodotti risultano abbastanza alti e impraticabili per i consumatori tedeschi. Come si vede nel grafico sotto i paesi che hanno un differenziale dei prezzi maggiore con la Germania sono anche gli stessi che tendono ad indebitarsi più velocemente, perché importano molto dalla Germania ed esportano poco ai tedeschi. 





Le banche tedesche che hanno accumulato un surplus di riserve, tramite le esportazioni del settore imprenditoriale, investono nei paesi e nelle banche dei PIIGS per sostenere i consumi e accelerare i processi di indebitamento privato. A differenza di quello che molti continuano ancora a ripetere il problema del debito non riguarda tanto la parte pubblica e il contenimento delle spese governative (ricordiamo per esempio che la Spagna è stata per molto tempo l’unico paese che rientrava nei parametri del Patto di Stabilità europeo del 3% del deficit/PIL e del 60% del debito pubblico/PIL), ma l’indebitamento privato, perché un sistema illogico dei pagamenti fra i paesi dell’eurozona come TARGET2 non metteva praticamente limiti all’indebitamento dei residenti dei vari stati dell’unione e alla possibilità delle banche locali di concedere prestiti, anzi questi venivano incentivati tramite l’afflusso di nuovi capitali dalla Germania e dal regime sorprendentemente basso e indifferenziato dei tassi di interesse. Nel grafico sotto, vediamo appunto che fra il 2000 e il 2007 l’incremento di indebitamento è soprattutto nel settore privato e non pubblico (anzi paesi come Irlanda, Italia e Spagna hanno addirittura ridotto i margini di debito pubblico accumulato).






La storia dei “paesi spendaccioni” quindi è falsa e infondata, perché i dati dicono esattamente un’altra cosa: quasi tutti gli stati PIIGS hanno adottato politiche di spesa pubblica virtuosa, mentre il vero problema è stato il credito privato gonfiato artificialmente dalle banche locali sostenute da lontano dai colossi tedeschi della finanza (Deutsche Bank e Commerzbank). Il sistema macroeconomico sbilanciato dell’eurozona è stato quindi corrotto sia in modo strutturale che finanziario dall’atteggiamento competitivo e aggressivo della Germania e ora la stessa Germania chiede agli stati di fare quei sacrifici di austerità che in verità sono già stati fatti durante questi lunghi 10 anni: mentre niente dice la Germania sul vero dilemma dell’eurozona, costituito dagli squilibri commerciali degli scambi, dai differenziali del regime dei prezzi, dalla diversa competitività produttiva, perché questo metterebbe in discussione proprio il modo in cui si sono formati gli alti volumi delle esportazioni tedesche.

Ovviamente esistono anche casi limite, come quello del governo greco che nel 2009 truccò i dati del bilancio pubblico per rientrare nei parametri richiesti dall’Unione Europea, ma questo stratagemma fu applicato grazie al supporto di uno dei grandi creditori internazionali del debito pubblico greco come Goldman Sachs, con la tacita approvazione a distanza sia della BCE che delle istituzioni europee, che pur sapendo bene quello che stava accadendo in Grecia, non avevano alcuna intenzione di interrompere il carosello impazzito dei flussi finanziari e commerciali nell’eurozona, tanto cari alla Germania. Tutti hanno cercato di nascondere sotto il tappeto la polvere, convinti che quella stessa polvere non sarebbe mai uscita allo scoperto. Anche perché, quando il marcio ritorna a galla, la soluzione viene sempre trovata rapidamente dai tecnocrati e dagli operatori finanziari che sono stati i veri artefici del disastro: scaricare a valle sul popolo tutti gli errori e le inefficienze che sono state create a monte del sistema. La colpa è del popolo spendaccione e non del banchiere o governante che ha consentito ai cittadini di indebitarsi oltre i limiti della decenza e della logica. E il popolo intero deve ripagare centesimo dopo centesimo, con tasse e tagli allo stato sociale, i debiti contratti da una parte minima dei suoi stessi concittadini.  

Ma torniamo di nuovo ai dati, ai fatti, che erano noti da tempo e sotto gli occhi di tutti. Se indichiamo con il termine produttività totale dei fattori il rapporto tra il valore di mercato di ciò che si produce e il valore di mercato dei fattori produttivi impiegati, ossia capitale umano, capitale fisico (ammortamenti e nuovi investimenti), energia, materie prime e intermedie, importazioni, vediamo ancora una volta che i differenziali di prezzi e salari prima descritti hanno creato uno squilibrio sempre più marcato fra paesi della periferia come Spagna e Italia e i paesi del centro come la Francia e la Germania (guarda grafico sotto, dove la forbice inizia come sempre ad allargarsi dopo il 1997), senza che nessuno nelle varie commissioni o vertici europei abbia mai alzato un dito o detto una parola per ripristinare un contesto più equilibrato delle efficienze produttive e delle condizioni di lavoro nei vari stati dell’eurozona. Perché esisteva il veto proprio di Germania e Francia su qualsiasi proposta di modifica dei trattati europei, che potesse rendere minimamente più credibile e omogenea l’impalcatura fragile dell’unificazione monetaria, che senza una precedente unificazione delle politiche economiche e fiscali dell’intera eurozona sarebbe stato sempre un processo incompleto e difettoso. Ai tedeschi e francesi andava bene così e fosse stato per loro il gioco poteva andare avanti all’infinito.




Ma un’altra stupidaggine che viene spesso ripetuta da politici ed economisti di regime (ribadiamo sia di destra che di sinistra che di centro, per par conditio) è che la Germania ha potuto creare questi enormi surplus delle esportazioni perché è riuscita a penetrare nei mercati dei paesi emergenti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e in Cina in particolare. Ma se esaminiamo la tabella sotto vediamo che la situazione è ben diversa da ciò che ci raccontano: dal 1999 al 2007 il maggiore incremento delle esportazioni di beni è avvenuto verso i paesi europei (66%, di cui il 32% solo nei paesi PIIGS), mentre il saldo fra esportazioni e importazioni nei paesi BRICS è diminuito del -2% (di cui il -8% per la Cina, che esporta in Germania più di quello che importa). 





Nel grafico sotto vediamo ancora meglio e in modo immediato come la crescita dei saldi commerciali netti (esportazioni meno importazioni di beni) della Germania sia sempre stata superiore nei paesi dell’eurozona rispetto a tutti gli altri paesi del mondo (BRICS, Unione Europea non euro, Stati Uniti e altro). Ciò significa evidentemente che i saldi commerciali tedeschi verso i paesi dell’eurozona negli ultimi 10 anni sono stati sempre maggiori del 50% rispetto al totale.




Nello specifico, il confronto bilaterale fra i bilanci commerciali di Germania e Cina vede sempre i tedeschi in deficit rispetto ai cinesi, perché se è vero che i volumi di esportazioni sono aumentati nel tempo, è anche vero che le importazioni dalla Cina hanno avuto un tasso di crescita maggiore: come ripete spesso il professore Bagnai, in una verifica seria i flussi della bilancia dei pagamenti vanno visti sempre esaminando i dati nel complesso e non prendendo soltanto un valore di flusso come riferimento (ovvero dire che le esportazioni tedesche verso la Cina sono cresciute non significa niente, se non guardiamo pure nello stesso periodo cosa è accaduto alle importazioni di prodotti cinesi in Germania, perchè è dal saldo finanziario fra entrate e uscite monetarie che si può capire la reale efficacia e convenienza di una certa scelta commerciale o strategia economica).




Se entriamo ancora di più nel dettaglio (vedi tabella sotto), notiamo che anno dopo anno il saldo commerciale della Germania verso i paesi dell’area euro è stato superiore rispetto al resto del mondo (non euro area), per un semplice motivo: la Germania esportava molto nei paesi PIIGS ma importava poco i loro prodotti (per la già citata forbice dei prezzi, che rendeva poco appetibili e molto costosi per i consumatori tedeschi i prodotti di paesi in cui l’inflazione era considerevolmente più alta). Se esaminiamo soltanto la colonna delle esportazioni, vedremo che verso il resto del mondo le esportazioni tedesche sono state sempre maggiori in valori assoluti rispetto alle esportazioni nell’eurozona, ma se verifichiamo la colonna delle importazioni vedremo nei dati quello che sappiamo già nei fatti: la Germania importava dal resto del mondo molto di più in proporzione di quello che importava dai paesi dell’eurozona, quindi la parte maggiore del suo surplus commerciale si formava sempre a danno degli altri stati dell’area euro.





A questo punto risulta abbastanza chiaro il motivo per cui la Germania non è mai stato la locomotiva dell’eurozona, ma si è sempre configurata come un pesante rimorchio per tutti i paesi PIIGS, dato che è riuscita ad espandere la sua economia soprattutto grazie ai surplus accumulati in Europa, mentre nel resto del mondo i suoi dati di performance sono stati molto modesti. A differenza invece della Cina, che è una vera locomotiva per la sua area perché risulta quasi sempre in deficit commerciale con i paesi limitrofi e accumula i suoi enormi surplus con il resto del mondo, facendo da volano per un intero continente: quindi paragonare la Germania alla Cina è fuorviante e sbagliato, perchè la Cina consente lo sviluppo delle economie dei paesi confinanti e non li soffoca o li indebita come ha fatto la Germania in tutti questi anni con i paesi della periferia europea.

Dopo questa analisi, unita alla descrizione del meccanismo di funzionamento del sistema di regolamento dei pagamenti TARGET2, diventa ancora più evidente il modo in cui la Germania è riuscita ad imporre il suo disegno e a perseguire i suoi interessi a danno di tutti gli altri presunti alleati europei: vantaggio competitivo sleale sui prezzi e i salari, banca centrale BCE compiacente, istituzioni europee assenti, subdolo incoraggiamento ad utilizzare lo strumento del debito illimitato per acquistare prodotti tedeschi. E ora che questo sistema perverso è andato in frantumi, la Germania reclama l’austerità e il rigore nella gestione dei bilanci pubblici (vedi assurda imposizione dell’accordo intergovernativo Fiscal Compact) come unica via di uscita dal disastro, deviando l’attenzione dal vero nocciolo duro della questione europea che come invece abbiamo già visto è lo squilibrio e lo sbilanciamento macroeconomico. Ma come? Verrebbe da chiedersi, prima i tedeschi consentono a italiani, portoghesi, irlandesi, spagnoli e greci di indebitarsi, invitandoli palesemente a sfruttare la convenienza del regime dei bassi interessi che regnava nell’area dell’eurozona, e ora chiedono a quegli stessi popoli di svenarsi per ripagare un debito che è stato contratto in modo illecito e truffaldino? Questo sarebbe un atteggiamento corretto e solidale da parte di un paese alleato? Questa sarebbe l’Europa della libertà e della democrazia che qualcuno ha cercato di venderci?

In conclusione, è utile ricordare come promemoria per comprendere ancora meglio come funziona il meccanismo contorto dell’economia europea, cioè che è accaduto lo scorso anno durante gli accordi di salvataggio della Grecia: la Germania e la Francia hanno imposto alla Grecia di acquistare armamenti tedeschi e francesi per centinaia di milioni di euro nonostante i greci siano costretti – sempre dagli stessi – a imporre feroci tagli di spesa su salari, pensioni, sanità. Berlino e Parigi hanno preteso l'acquisto di armamenti (carri armati, sottomarini, cannoni) come condizione per approvare il primo piano di salvataggio della Grecia da 110 miliardi di euro. Il governo greco ha provato a negoziare ma alla fine, nel 2011, ha dovuto tirare fuori 1,3 miliardi di euro per due sommergibili tedeschi (inizialmente erano addirittura 4), 403 milioni di euro per i carri armati Leopard, mentre la Francia ha imposto l'acquisto di 6 fregate, 15 elicotteri e motovedette francesi per una spesa di 4,4 miliardi di euro. Questa insomma sarebbe l’Europa della collaborazione, della cooperazione e della fraterna amicizia fra paesi alleati.

Con il suo incredibile rapporto fra spese militari e PIL nazionale del 7%, la Grecia si piazza al 5° posto nel mondo fra i paesi più guerrafondai che investono maggiori fondi pubblici per l’acquisto di armamenti militari: ma come mai? Contro chi dovrà muovere guerra la Grecia con tutti questi armamenti? Quali nemici al confine costituiscono una minaccia così incombente per Atene? Vuoi vedere che alla fine i greci insorgeranno contro i loro stessi dittatori europei che sono arroccati a Berlino, Bruxelles, Francoforte? Chissà. Per adesso non ci rimane che inviare un caloroso invito a resistere e a combattere ai fratelli greci, consapevoli che fra poco arriverà anche il turno degli italiani di scegliere se lasciarsi spolpare vivi sulla gogna degli aguzzini o scendere nell’arena della resistenza comune europea. La guerra è appena iniziata e il nemico purtroppo non fa prigionieri.

18 commenti:

  1. Salve ! sono la Contessa. Bellissimo questo post.Lei ha il dono didattico. Un'esposizione così chiara aiuta molto anche il lettore inesperto a proseguire e ad arrivare in fondo.lLa maieutica di Bagnai, altrattanto efficace, si basa invece su indizi sibillini, depistaggi, metafore fantasiose, sfottò, sarcasmi.......saraà che lei è un ingegnere e lui un musicista! Vorrei riprendere il nostro ragionamento. Mi spiegava giorni fa che non avendo noi una moneta sovrana ogni volta che abbiamo bisogno di liquidità dobbiamo ricorrere alle banche nazionali o estere. E questo per me era un punto fermo, poi ho letto in un suo post di qualche tempo fa che "la Germania ha contribuito alla creazione di un sistema monetario simile a quello di B W consentendo a tutte le ba nche centrali dell'Eurosistema di stampare liberamente la moneta...." Ora sono veramente confusa. Evidentemente mi manca qualche passaggio intermedio. Ha voglia di illuminarmi?

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    1. Contessa bentornata!
      Quale onore averla di nuovo qui fra queste pagine...è vero, Bagnai è un genio, mentre io sono soltanto un umile esploratore che ancora va alla ricerca del Santo Graal e crede nel ritorno dell'epoca dei lumi e della ragione (un tempo sono stato anch'io poeta e musicista, stregato dal violino, ma poi fui abbagliato dal fuoco fatuo della logica e ancora seguo il suo flebile richiamo)...e poi il professore ha un conto in sospeso con i piddini che a volte lo fa sviare dall'obiettivo, mentre io e il pd siamo stati soltanto amici di passaggio (ci siamo incontrati al classico bivio fra il minore dei due mali...), perchè per intuito avevo sempre sospettato che a Botteghe Oscure ci fosse del marcio e purtroppo non mi sbagliavo...ritorniamo però ai nostri ragionamenti e come sempre lei (ti do sempre del lei Cristina, non per mantenere le distanze, ma per rispetto alla sua nobiltà d'animo...) mi fa notare un altro aspetto interessante della questione monetaria europea: sono vere entrambe le affermazioni. 1) Noi, come stato italiano privo di moneta sovrana, dobbiamo sempre ricorrere alle banche nazionali o estere quando abbiamo bisogno di liquidità (tramite le aste di collocamento dei titoli di stato). 2) le banche private invece possono tranquillamente rifornirsi presso la banca centrale, che mette a disposizione e stampa tutta la moneta di cui hanno bisogno per soddisfare la loro domanda di liquidità. Non deve mai confondere questi due livelli distinti e separati del progetto nazifascista europeo: gli stati sono schiavi del mercato e non possono avere il sostegno di una banca centrale, mentre le banche commerciali spadroneggiano e vengono tutelate dalla banca centrale che è il loro prestatore di ultima istanza in tutte le occasioni in cui hanno bisogno di assistenza finanziaria. Il paradosso dell'eurozona è proprio questo: le banche centrali continuano a creare dal nulla e fornire nuova moneta alle banche centrali in modo incontrollato e scriteriato (in analogia con ciò che avvenne con BW), mentre gli stati vengono spolpati e ridotti all'osso dalle stesse banche...mi sa che quanto prima dovrò dedicare un articolo all'argomento, perchè in effetti è un punto cruciale di tutto il discorso...però ricordi bene che il sistema Target2 funziona fra banche private e banche centrali e non fra stati (noi) e banche centrali, tanto è vero che come ribadito in questo stesso articolo il problema dell'eurozona è di indebitamento privato fuori controllo e non indebitamento pubblico come vorrebbero farci credere (gli stati anzi hanno adottato in questi ultimi anni politiche di spesa molto virtuose, perchè sono appunto strozzati dai mercati)...spero di esserle stato utile e rimango come al solito in attesa di altre interessanti osservazioni e richieste di chiarimento...saluti. Piero

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    2. Mai lette tante fesserie tutte assieme... Siamo i soliti italiani, mai ammettere le proprie colpe, bensì additare gli altri. Vergogna!

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  2. Interessantissimo post!!! Complimenti!!!

    Mi chiedevo una cosa, visto che i politici, economisti e pennivendoli di regime, ci sfiancano su tutti i lati, sostenendo che la colpa dell'euro-crisi è tutta di noi "PORCII"(PIIGS) spendaccioni, corrotti, con spese troppo alte per le nostre umili possibilità, e che se avessimo fatto le coraggiose e mirabolanti riforme attuate dalla virtuosa Germania, adesso non avremmo alcuna crisi dell'Italia e dei PIIGS, allora mi chiedo, era doveroso fare queste politiche di svalutazione competitiva interna, anche nei PIIGS, per stare al passo con la Germania???
    Deprimere i salari e i diritti dei lavoratori, ci avrebbe davvero evitato la cannibalizzazione teutonica? Oppure avrebbe solo depresso la domanda interna, senza risultati apprezzabili dall'estero??
    Insomma questi in sostanza ci dicono che dovevamo auto-flagellarci, per essere degni e capaci di stare nell'eurozona, ma io temo che per poter competere con questo euro così congeniato, non sarebbe bastato comunque, se non arrivando addirittura ai barbari ed disumani livelli cinesi!!
    Una barbarie appunto, per esseri umani senza diritti e tutele, ridotti a bestie da soma!!!!

    Cordiali saluti, Nicola

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    1. Giusta osservazione Nicola,
      cosa avrebbe potuto fare l'Italia per evitare questa catastrofe? Innanzitutto, visto che le manovre di raggiro della Germania sono partite da lontano (1997), l'Italia nella sua rappresentanza europea (Prodi e Monti? Due che erano pagati per stare zitti e abbassare la testa...) doveva far notare alle istituzioni competenti (commissione e BCE) che in primo luogo con contratti e condizioni di lavoro diversi non era possibile creare un mercato commerciale unico ed omogeneo, in secondo luogo che il livello dell'inflazione media doveva essere uguale per tutti e in ogni caso nessun paese doveva scendere al di sotto del target fissato del 2% per non creare squilibri...in mancanza di queste due condizioni, una vera nazione sovrana avrebbe dovuto tenersi fuori dalla mischia come hanno fatto correttamente tutti gli altri stati che avevano ancora un gruppo di dirigenti minimamente competenti in materia e al servizio della propria nazione (vedi in particolare Gran Bretagna, Svezia e Norvegia)...l'Italia avrebbe dovuto poi giocare al rialzo e non al ribasso delle tutele sindacali, costringendo la Germania ad aderire ad un trattato intergovernativo per uniformare i contratti di lavoro...ma qui stiamo parlando di statisti veri, che hanno cuore il destino della propria nazione e la sorte dei concittadini, non dei vari Prodi, Monti, Draghi che sono dei fantocci decerebrati messi lì a posta per obbedire e andare avanti...adesso con questa smania di tagliare le spese pubbliche oltre ogni ragionevole limite, gli stati dell'eurozona non faranno altro che accelerare i processi di calo della domanda e recessione, peggiorando qualsiasi possibilità di ripresa...sui contratti del lavoro, Monti tenterà in tutti i modi di eliminare l'articolo 18, così le imprese straniere saranno più incentivate ad acquistare pezzi di patrimonio pubblico o quello che ne rimane a prezzi di saldo (Eni, Enel, Finmeccanica, Poste Italiane etc)...non si spiegherebbe altrimenti questo accanimento contro l'articolo 18, che gli imprenditori italiani non considerano affatto un ostacolo...la prospettiva insomma è quella di diventare come la Grecia nel giro di uno o due anni...mentre la speranza è che questo calo della domanda possa danneggiare anche la Germania che alla fine deciderà di uscire dall'euro, perchè non esistono più le condizioni per mantenere una buona stabilità della moneta (se nessuno produce più o non produce a sufficienza sarà impossibile dare sostegno alla moneta unica)...quindi, anche se è triste come prospettiva soprattutto per i lavoratori tedeschi che sono già stati cannibalizzati abbastanza, a noi non rimane che attendere che la produzione della Germania abbia una brusca frenata...come ho già detto in un altro post, il giorno in cui sentiremo che ci sono previsioni di recessione per il PIL tedesco, da quel giorno parte il conto alla rovescia dell'euro e purtroppo per adesso i panzer continuano a crescere anche se con maggiori difficoltà di prima...comunque, in via del tutto precauzionale, io una bottiglia di spumante in frigo la terrei, vedi mai che non ci tocchi festeggiare la fine dell'incubo dell'euro entro quest'anno! Saluti! Piero

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    2. Perche' l'articolo 18non e' un problema per gli imprenditori italiani ma per gli stranieri si' visto che siamo in un mercato globalizzato dovrebbero avere tutti le stesse esigenze.......

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    3. Cara Contessa,
      l'articolo 18 non è mai stato un problema per gli imprenditori italiani perchè in effetti già prevede il licenziamento per gravi crisi economiche, soltanto che il lavoratore licenziato ha il diritto di potere rivolgersi a sindacati ed avvocati per chiedere il reintegro al posto di lavoro...proprio quello che vogliono evitare gli imprenditori stranieri intenzionati ad investire in Italia (burocrazia, lungaggini amministrative, spese legali)...gli stranieri vogliono una legislazione sul lavoro snella e flessibile, del tipo: finché c'è lavoro rimani, quando il lavoro non c'è più, tutti a casa, licenziati, con i sussidi statali di disoccupazione da 400-500 euro al mese...agli stranieri non piace nemmeno il meccanismo della cassa integrazione ordinaria e straordinaria, perchè anche se paga lo stato, il lavoratore rimane sempre legato all'azienda, che ha il dovere di reintegrarlo una volta terminato il periodo di cassa integrazione...stia attenta poi contessa a maneggiare impunemente concetti ingombranti come la globalizzazione, perchè questo fenomeno è servito soltanto ad allargare le differenze fra chi ha i capitali e può spostarli liberamente dove vuole, e chi invece i capitali non ce li ha ed è costretto a spostarsi al pari di una merce nei luoghi dove c'è richiesta di manodopera e possibilità di profitti maggiori per i soliti capitalisti (non per i lavoratori, vedi il caso della Cina)...la globalizzazione prevede la possibilità del libero transito di capitali, merci e uomini come se fossero la stessa cosa, ma non tiene conto del fatto che i lavoratori oppongono maggiori resistenze a viaggiare e spostarsi come una mozzarella confezionata (e vorrei ben dirlo...)...rifletta con me su un possibile mondo ideale, dove vengono valorizzate le risorse, le maestranze, le esperienze locali a prescindere da quelle che sono i margini di profitto di un ristretto manipolo di capitalisti...prenda l'esempio della Sicilia, che potrebbe tranquillamente vivere di turismo, agricoltura, energia solare assorbendo gran parte della forza lavoro...e invece no, le arance sono troppo care quindi meglio quelle tunisine (eppure quelle siciliane sono forse più buone...), il grano non conviene quindi vengono abbandonati tutti i campi di grano con grande danno per i contadini, il turismo è caro quindi tutti a Sharm...sono tutti ragionamenti basati sul profitto, ma non sulle reali esigenze di una regione: ribaltando il discorso si potrebbe dire, le arance in Sicilia sono care? Bene, lo stato sovrano italiano investe di più in Sicilia per rendere più efficiente la produzione delle arance, stesso discorso per il grano e il turismo...la frenesia capitalista non da invece tempo a nessuno di ragionare con calma sui possibili modi per consentire uno sviluppo sostenibile ed adeguato di una regione in una prospettiva di lungo periodo...tutto si basa su puri concetti speculativi: dove posso guadagnare di più subito, ora, nel breve, brevissimo periodo? (ricorda il concetto di bolla speculativa, ecco la globalizzazione ha favorito la nascita e la proliferazione di queste operazioni puramente speculative)...la globalizzazione sarebbe un bel concetto in un mondo non soffocato dalla smania del profitto, ma in questo mondo attuale è un vero disastro, voluto dagli stessi che parlano sempre dei vantaggi del mercato unico come se fosse la soluzione di tutti i problemi (lo vada a dire ai greci se sono contenti del mercato unico europeo...)...equilibrio ci vuole fra le varie aree del mondo e rispetto per le risorse locali (Keynes, un economista inglese, aveva capito tutto, ma fu fermato ai suoi tempi, nel 1944, dal solito manipolo di "fulminati anglo-americani", che portarono poi al disastro dei trattati di BW)...avremo tempo, contessa, avremo tempo di parlare anche di mostruosità chiamata globalizzazione...a presto! Piero

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  3. Guarda Piero (basta con la deferenza!) che sfondi una porta aperta! A presto

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  4. Mi spiego meglio : mi meraviglia che i capitalisti italiani siano più morbidi e non premano per gli stessi diritti di schiavizzazione che vogliono esercitare gli imprenditori stranieri

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    1. E va bene Cristina, mi adeguo!
      secondo me, gli imprenditori italiani hanno ben altri problemi a cui pensare in questo momento, rispetto all'articolo 18, che ripeto per loro non è mai stato un vero problema, perchè basta entrare nel meccanismo della burocrazia italiana e poi tutto fila come l'olio...ed è invece proprio questo che spaventa gli stranieri: entrare nel meccanismo della burocrazia italiana (chissà cosa si immaginano poveretti, e forse non hanno tutti i torti...)...le imprese italiane stanno subendo grosse perdite, i consumi sono calati, il valore delle loro azioni è sceso mediamente del 20%-30% e ci sono gli stranieri al confine che premono per fare qualche scalata societaria in aziende quotate e di buon livello internazionale...figurati se stanno a pensare all'articolo 18! Magari una bella detassazione sugli utili o sul fatturato, una riduzione dei contributi da versare, un credito d'imposta o un'altra forma di riduzione dei costi del lavoro, ma rimettere in discussione l'articolo 18 crea solo tensioni fra imprenditori, lavoratori, sindacati in un periodo già di per sè piuttosto turbolento...tuttavia Monti ha il compitino dettato dalla BCE di Draghi da portare a termine e probabilmente andrà avanti a testa a bassa (tanto a lui cosa importa? Mica deve cercarsi il consenso elettorale: se tutto va bene e i suoi piani vengono accolti con la solita strafottenza e indifferenza italica, lui si candida nel 2013 e prende il suo bel 40%-50% di voti con una bella ammucchiata elettorale di partiti, se no, dopo aver portato a termine la pratica di liquidazione fallimentare dell'Italia, lui si ritira con il suo bel posticino di senatore a vita)...l'unica speranza è che la Grecia ci dia una mano e faccia crollare l'euro prima che Monti concluda la sua pratica di liquidazione...speriamo bene! A presto contessa...cristina...

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  5. Una domanda: ma come mai i sindacalisti italiani, ad ogni dibattito, prendono sempre come riferimento i salari dei metalmeccanici tedeschi per rivendicare aumenti salariali agli operai italiani? Delle due l'una: o sono ignoranti oppure in mala fede, non crede? A meno che il salario contrattato dall'IG Metall non sfugga alla logica sopra descritta.
    Cordialità. David.

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    1. no, il salario dell'IG metall non sfugge certo alla logica che hai descritto.
      il livello salariale dipende essenzialmente dal capitale. più capitale hanno a disposizione i capitalisti più il salario sarà alto perchè il lavoro dei dipendenti è più produttivo.
      basta pensare all'america di inizio 900 dove si producevano i prodotti più economici al mondo ed i lavoratori avevano il salario più alto al mondo, tutto grazie all'enorme capitale che i ricchi erano riusciti ad accumulare.

      in germania era più o meno la stessa cosa. anni ed anni di marco forte hanno consentito alla nazione di avere più capitale a disposizione e quindi i salari tedeschi erano molto alti rispetto a quelli dei vicini europei.

      quello che correttamente sottolinea l'articolo (e di corretto c'è forse solo questo) è che i salari tedeschi non sono aumentati così tanto come quelli delle loro controparti europee. se ad inizio millennio il salario tedesco era 1,9 volte quello di un italiano dopo 10 anni il salario tedesco era solo 1,4 volte quello italiano (numeri presi a caso). i salari tedeschi hanno quindi subito una diminuzione relativa il che non gli ha impedito di restare comunque alti in termini assoluti.

      Michele

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  6. Questo articolo ha del delirante.

    Chiarisco subito, prima che possiate mal interpretare: i dati che espone sono corretti e precisi, quello che è delirante è l’analisi dei dati.

    Essenzialmente si sta dicendo: i tedeschi hanno fatto le riforme (peraltro molto blande) quindi sono cattivi mentre noi italiani che le riforme ci siamo rifiutati di farle (anzi le abbiamo fatte in senso contrario) saremmo i buoni.

    E non è finita qui. Magari qualche sprovveduto potrebbe dire: ma i tedeschi cattivi hanno fatto le riforme in gran segreto per truffare l’Italia! Purtroppo questo non è assolutamente vero perché per anni ed anni “tedeschi cattivi” ci hanno esortato a fare ciò che loro stessi già stavano facendo. Se solo al posto che ascoltare i nostri politici socialisti avessimo ascoltato i tedeschi ora non saremmo in crisi e soprattutto io non dovrei leggermi articoli di pseudo economisti che criticano i vicini di casa perché si sono permessi di non amputarsi una gamba quando noi ce la stavamo amputando.

    C’è poi un secondo punto decisamente rilevante.

    I tedeschi hanno prestato soldi agli altri europei per stimolare i loro consumi.
    Questo ha creato bolle immobiliari nei paesi pigs creando il falso boom economico che questi pigs hanno sperimentato nella prima decade del terzo millennio.

    qui l’unica cosa di cui si può accusare i tedeschi è di aver fatto dei pessimi investimenti. Chiunque mastichi un po’ di economia sa che stampare moneta (o farla affluire dall’estero) crea prima un boom economico e poi un bust.

    È sempre successo così:

    nel 1500 alla spagna imperialista quando i suoi galeoni tornavano carichi di oro dal nuovo mondo

    nel 1600 in olanda con la bolla dei tulipani preceduta da un massiccio incremento nelle importazioni d’argento dalle miniere asiatiche.

    Nel 1927 in america quando benjamin strong per aiutare gli inglesi a tenere su la sterlina si mise a stampare valanghe di dollari causando la bolla che portò poi alla grande depressione
    in argentina dove il governo sta stampando montagne di pesos ed oramai siamo all’apice della bolla.

    Negli usa dopo il 2001 quando greenspan portò i tassi di interesse al livello assurdo dell’1% iniettando tonnellate di liquidità nel sistema che crearono la bolla immobiliare ed il conseguente collasso del 2008

    Nell’impero romano quando gli imperatori tentarono di barare diminuendo la quantità di oro nelle monete

    Et cetera et cetera et cetera.

    Il problema è stato che i vari abitanti dei paesi piigs si sono messi a consumare come se non esistesse un domani e quando l’economia è inevitabilmente collassata (cosa che succede sempre quando si consuma troppo e si risparmia troppo poco) gli stati hanno salvato le banche caricandosi di debiti.

    Se gli stati non avessero salvato le banche fallite i tedeschi ci avrebbero rimesso? Certamente, ma la colpa è imputabile agli stati che hanno salvato le banche fallite non certo ai tedeschi che hanno tratto giovamento dalle folli decisioni dei loro vicini.


    Michele

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  7. Mai lette tante fesserie tutte assieme... Siamo i soliti italiani, mai ammettere le proprie colpe, bensì additare gli altri. Vergogna! Ma poi, se per assurdo la Germania fosse realmente in male in terra, come mai nessuno ha sviluppato strategie economiche per affrontare la "Cina-europea"? Ridicoli!

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  8. Trovato questo post via google.
    I dati sembrano essere corretti, ma la conclusione viene fuori dal nulla: i tedeschi hanno fatto riforme deflattive dei salari reali e quindi la colpa e' loro se noi non siamo competitivi?
    Ridicolo. E l'uscita dall'euro sarebbe la soluzione? La gente pensa che si esca dall'euro e si svaluta senza dolore e di nuovo competitivi. Ma la svalutazione implica un abbassamento dei salari reali, tanto vale farlo subito senza metterci in testa di uscire dall'euro.

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  9. Sono anch'io convinto che la Germania giochi sporco e che i suoi interessi convergano con quelli della grande finanza "internazionale" che ci sta mettendo con le chiappe a terra, ma la sua frase introduttiva "Perché senza il traino e le massicce importazioni di prodotti tedeschi da parte dei paesi della periferia il miracolo tedesco non sarebbe mai avvenuto", da la misura della sottovalutazione dei meriti tedeschi, infatti è come dire "Non è vero che il leone è forte, è la gazzella che lo sfama".

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  10. Scusate ma qual’è l’affidabilità di queste info?.
    L’autore come si è formato le sue competenze economiche? Studi? Titoli?
    Qui mancano sia i fondamentali economici ed anche delle informazioni di base.
    Ho letto l’articolo e secondo me c’è ben poco di serio; è la dimostrazione che in rete le info si trovano ma l’affidabilità delle stesse è tutta da verificare.

    Rispondo alle stonature più evidenti.

    > i tedeschi hanno giocato sporco [. . .] puntando in anticipo [. . .]
    > su una politica di bassa inflazione e liberalizzazione
    Giocato sporco? Si chiama previsione.
    Mentre loro partivano con questo progetto l’economia italiana era sostenuta da spesa pubblica a debito, comparto statale ipertrofico e svalutazioni competitive. Chi stava giocando sporco?

    > 1997 al 2009 [. . .] abbassa progressivamente l’aliquota
    E cosa c’e’ di male? Potevano permetterselo grazie ad avanzi di bilancio, basso debito pubblico, assenza di prevalenza di microimprese.
    Inoltre in Germania hanno in Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio e la stabilita’ politica e’ garantita dall’Istituto della Sfiducia Costruttiva.
    Cose che in Italia si scantonano da oltre 30 anni. E si vede.

    Il mandato monco della BCE non venne dai tedeschi.
    Compito di una Banca Centrale e’ gestire l’inflazione e la Politica Monetaria; ma la seconda fu sottratta alla BCE perche’ TUTTI gli Stati Membri volevano riservarsi la possibilita’ di gestirla per raccogliere consenso elettorale. Risultato: una BC che non puo’ stampare Moneta.

    > tutti gli stati PIIGS hanno adottato politiche di spesa pubblica virtuosa
    Non diciamo sciocchezze.
    A parte l’Ita, gli altri 4 nel periodo 2003-08 sono stati oggetto di trasferimenti a fondo perduto da parte della UE per cercare di allineare il loro PIL a quello medio della UE. Vediamo cosa hanno fatto di quei soldi?
    Irl: sviluppo del sistema bancario.
    Spagna: tutto sull’edilizia e conseguente bolla immobiliare.
    Grecia: spesa pubblica usata come welfare.
    Portogallo: sostegno al reddito delle famiglie.
    Nel 2008, finiti i trasferimenti, Paesi a gambe per aria.
    Dov’e’ la responsabilita’ tedesca? Non scherziamo per favore. . .

    Oltre alla produttivita’ totale dei fattori va considerata la Produttivita’ pro capite, tema ovviamente eluso dal blogger.

    Le expo tedesche verso BRIC sono basse perche’ nei BRICS producono direttamente da decenni; non hanno bisogno di esportare.

    Quanto al rigore, fanno bene a diffonderlo. La domanda non e’ “Il debito pubblico danneggia il PIL?” ma “quanto lo danneggia?”.
    Inoltre, i Titoli del Tesoro nazionali sono quotati sui mercati: se gli investitori preferiscono acquisire titoli tedeschi a rendimento negativo piuttosto che titoli italiani, la colpa non è certo dei tedeschi.

    Anche se siamo italiani, per pietà, cerchiamo di migliorare: meno populismo e più accademia.
    Se volete posso suggerirvi qualche buon libro facile e serio.

    L Panizzari (LinkedIn)

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