venerdì 4 ottobre 2013

PREFERISCO VIVERE PER LA COSTITUZIONE CHE MORIRE PER I DOGMI DEL LIBERO MERCATO

Diceva Mao Tze Tung, uno che di politica e di gestione delle masse se ne intendeva abbastanza, che quando “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è favorevole”. Verrebbe da chiedersi per chi sarebbe favorevole la situazione, ma visto il soggetto in questione, non c’è dubbio che l’interpretazione più accreditata è quella che vede despoti, dittatori, potenti in generale avvantaggiarsi enormemente dal caos e dal panico scatenati tra la gente. Gli Stati Uniti hanno chiuso per ferie il loro governo federale e l’intero apparato pubblico. La Germania non riesce ancora a formare un governo decente. In Italia il governo praticamente non esiste e non è mai esistito, eppure la gente si appassiona molto alle vicende di questi cialtroni impenitenti chiamati a torto “politici”, credendo davvero che dall’esito delle loro farsesche diatribe mediatiche, utili soltanto per aumentare l’audience di qualche sgangherata trasmissione televisiva, possa dipendere il loro futuro. E ignorando invece ostinatamente il fatto più semplice: il futuro purtroppo è stato già scritto a chiare lettere in tutto il mondo e ad un certo punto bisogna cominciare a prenderne atto.


La democrazia è un sistema di governo troppo costoso, dispersivo, egualitario e va abolita per decreto con il consenso unanime, a volte inconsapevole e involontario, di coloro che più beneficiavano degli agi della stessa democrazia. Un paradosso che trova giustificazione appunto nel caos culturale con cui siamo stati buggerati e raggirati negli ultimi decenni. Quasi dappertutto sono state infatti le fasce più deboli e indifese della popolazione, le classi medie impiegatizie, gli operai sfruttati e sottopagati ad erigere a loro paladini i despoti, gli oligarchi, i plutocrati, i banchieri che hanno operato e continuano a lavorare alacremente per distruggere lo stato di diritto, fondamento della democrazia. L’attività di propaganda e disinformazione è stata così capillare e pervasiva da indurre i popoli di tutto il pianeta a parteggiare per coloro che più disprezzano le esigenze dei popoli, la giustizia sociale e il benessere diffuso. E’ stato addirittura coniato il termine “populista”, accompagnato spesso dal più tecnico “demagogo”, per attaccare quei pochi che ancora si affannano per difendere le istanze del popolo vessato. E non di rado capita pure di essere accusati di “populismo” dai membri più emarginati, isolati e umiliati del popolo. Ci sarebbero insomma tutti gli elementi per deporre le poche armi spuntate rimaste e lasciarsi trascinare dalla deriva.



Eppure, proprio nel punto più basso della parabola discendente della democrazia, qualcosa è avvenuto. Qua e la accademici, intellettuali, semplici cittadini, me compreso, si sono risvegliati dal torpore e sono insorti per fare sentire la loro voce e spiegare agli altri cosa stava accadendo. Un movimento oltremodo disomogeneo e disorganizzato che ha la fortuna ma anche il limite di essere sorto spontaneamente, senza alcuna precisa programmazione e definizione degli obiettivi condivisi. Ognuno va per la sua strada e tutti credono di remare dalla parte giusta più e meglio degli altri. Il nemico comune è la mistificazione e il ribaltamento della verità dei fatti, ma i mezzi utilizzati da ognuno sono tra i più svariati: associazioni culturali, movimenti politici, think tank, apparizioni televisive, convegni, assemblee costituenti, manifesti, blog, siti internet. Il centro del contendere rimane però quasi sempre lo stesso: l’economia e i rapporti di subalternità fra politica ed economia. E’ la politica che deve governare l’economia oppure sono i dati economici a vincolare l’azione politica? Per rispondere a questa domanda e spiegare come la penso comincio una breve dissertazione sui rapporti fra Etica ed Economia, perché dal malinteso e dalla commistione che sorge continuamente fra gli ambiti morali e scientifici, possono essere poi dedotti a cascata tutte le corrette gerarchie e interpolazioni fra azioni politiche ed economiche.


Se l’economia fosse una scienza esatta non ci sarebbe di che dibattere: è impossibile dare un giudizio di valore sul fatto che 2 più 2 fa 4. Questa è una verità assoluta valida a qualunque latitudine e in qualsiasi epoca storica. Eppure trattandosi di una scienza sociale, influenzata dai comportamenti dei singoli individui, delle aggregazioni di individui e delle realtà istituzionali, in economia non è detto che 2 più 2 faccia 4. Può fare 5 in Australia e 6 in Svezia, e 8 oggi e 10 domani. Una volta date certe ipotesi di partenza e i vincoli del problema, il risultato rimane nella maggior parte dei casi un mistero imponderabile, che può essere approssimato solo utilizzando strumenti statistici o l’analisi delle serie storiche. Dare un giudizio di valore ad una determinata decisione economica è quindi estremamente difficile non tanto perché abbiamo a che fare con verità assolute e neutre come avviene nella matematica, ma perché l’esito di ogni singola operazione economica potrebbe rivelarsi infinitamente distante dalle intenzioni che l’hanno generata. I dubbi sulla buona o cattiva fede di coloro che si assumono la responsabilità di fare scelte economiche dovrebbero essere quindi all’ordine del giorno, dato che nessuno, nemmeno il più abile degli analisti economici, sa con esattezza dove porterà una certa direzione intrapresa. Ciò significa che dobbiamo astenerci da fornire giudizi di valore all’economia? Non esattamente, in un’accezione che spiegheremo meglio più avanti.


Ad ogni modo, si può già intuire che in queste condizioni di estrema incertezza qualsiasi scelta economica che tende a raggiungere un certo obiettivo può rivelarsi un successo o un fallimento in base alla risoluzione di un numero elevatissimo di variabili. Ecco per quale motivo l’azione economica delle autorità istituzionali preposte (governi e banche centrali) dovrebbe essere quanto più possibile libera da vincoli, flessibile, discrezionale, nonché coordinata in maniera armonica per adattarsi e rimediare continuamente alle innumerevoli deviazioni dai risultati ricercati. Espandere il disavanzo pubblico per migliorare l’occupazione è una scelta economica corretta e condivisibile, che può però rivelarsi con il tempo dannosa se non vengono monitorati i saldi di bilancio con l’estero e ove possibile aggiustati gli squilibri con nuove azioni economiche di tipo monetario o istituzionale (svalutazioni, incentivi e sussidi alle imprese locali, dazi alle importazioni). Essendo un sistema complesso e aperto agli scambi con l’estero, l’economica di un paese dovrebbe essere regolata con una quantità illimitata di strumenti e accorgimenti correttivi, senza porre veti pregiudiziali o vincoli ideologici che finiscano poi per vanificare qualsiasi buona intenzione dei decisori istituzionali. Gli strumenti sono economici, ma la scelta di rimanere fermi a guardare o agire in tempo per riparare agli errori è sempre di carattere etico e politico. Più un paese viene incatenato con vincoli economici e finanziari, tetti al deficit pubblico o addirittura pareggio di bilancio, limiti di debito pubblico, apertura deregolamentata ai mercati, tassi obiettivo di inflazione e occupazione, moneta unica, maggiori sono le possibilità che il paese raggiunga rapidamente uno stato di paralisi politica ed istituzionale, capace di annichilire ogni pallido tentativo di reazione e riscatto.


In questo senso è possibile ammettere una stretta correlazione fra Etica ed Economia, dal momento che blindare l’azione economica con vincoli preimpostati  significa annientare la prassi politica, la quale non può più agire nei termini e nei limiti consentiti dalle carte costituzionali nazionali per garantire i principi etici, i diritti democratici e il benessere di un’intera collettività. Il processo è ormai irreversibile ed il termine “paralisi”, arresto (in inglese “shutdown”), è quello che sintetizza meglio la condizione politica dei più sviluppati paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa in testa. La politica non può fare nulla in termini di pianificazione economica, perché quest’ultima attività cruciale e fondamentale per la coesione sociale di uno Stato è stata da tempo completamente demandata a enormi gruppi di potere decisionale privati, che possono essere di volta in volta identificati con le multinazionali, i colossi bancari, assicurativi, finanziari, o più genericamente con il termine “mercati”.


In fin dei conti, impedire ai decisori pubblici di intraprendere un qualsiasi programma di pianificazione economica, non significa che la pianificazione economica non esista tout court, ma che quest’ultima venga decisa nelle segrete stanze di comitati d’affari, gruppi di pressione e di potere, lobbies, consigli di amministrazione. E siccome questi ultimi, a differenza della politica che “dovrebbe” avere come unico obiettivo il bene comune, esprimono spesso interessi molteplici e contrastanti, ecco che la conseguenza più immediata diventa la paralisi, il caos, la confusione istituzionale. Dove non si capisce più chi difenda cosa e quali politici siano collusi o estranei al sistema. Uno stato di cose che danneggia ovviamente le fasce più deboli della popolazione, le quali non trovando più nella politica una sponda sicura per la tutela dei loro diritti rimangono in balia dei poteri forti e dell’inesorabile “massacro sociale” perpetrato ai loro danni.


Come fa notare il professore di economia Giulio Palermo, nel suo brillante saggio “Il Mito del Mercato Globale-Critica delleTeorie Neoliberiste”, che mette in luce con rigore e in maniera accessibile a tutti le distorsioni e le aberrazioni dei dogmi e dei falsi miti della dottrina economica neoliberista, con cui ci hanno riempito la testa in questi ultimi anni: “le imprese, più sono grandi, più pianificano. Le grandi multinazionali pianificano tutto: produzione, vendita, commercializzazione, trasporto, variabili finanziarie, assistenza alla clientela, carriere interne, rapporti con le altre imprese, rapporti con la politica, rapporti con gli stati. Né se ne può fare una questione di dimensione, visto che le multinazionali di oggi hanno bilanci comparabili e, in molti casi, superiori a quelli di interi paesi e spaziano spesso nella produzione di beni alquanto diversi tra loro.” E ancora, in difesa della pianificazione pubblica centralizzata dell’economia: “Stando così le cose, non si capisce allora come mai i pianificatori capitalisti (i grandi manager delle multinazionali) riescano a gestire così efficacemente l’informazione esistente, mentre per il ministro dell’economia del paese socialista ciò costituisca un problema insormontabile; né, più in generale, si spiega perché, quando la pianificazione è capitalista, essa è sinonimo di efficienza e quando diventa invece socialista è sinonimo di impossibilità.


Non è un caso che siano state le grandi aziende multinazionali ad imporre agli Stati di funzionare a loro immagine e somiglianza, mettendo ai posti di comando loro affiliati, banchieri, managers, imprenditori e costringendo il decisore pubblico ad utilizzare prassi di gestione contabile privata, come il pareggio di bilancio. E per meglio suggestionare e plagiare le masse, sono state addotte spesso giustificazioni “moralistiche” e “paternalistiche per avallare le loro tesi sconclusionate: “lo Stato deve funzionare come un buon padre di famiglia, facendo quadrare i conti ed equilibrando perfettamente le entrate con le uscite”. Ora sappiamo già che un vero Stato, capace di avere autonomia decisionale nelle scelte di politica economica e monetaria, non può mai essere paragonato ad una singola famiglia, in primo luogo perché al contrario di uno Stato Sovrano quest’ultima non può emettere mezzi monetari per ripianare i propri debiti, e in secondo luogo perché gli ambiti di competenza di uno Stato spaziano in un campo enormemente più vasto di quello di una famiglia o di una singola azienda (sanità, previdenza, assistenza, istruzione, tutela dell’ambiente e del patrimonio pubblico, amministrazione della giustizia, sicurezza, difesa dei diritti costituzionali, rapporti internazionali).


Per capire meglio quest’ultimo punto, basta confrontare il flusso dei redditi e delle spese di una famiglia di operai con quella di uno Stato, per evidenziare quante poche interconnessioni e interdipendenze esistano nel primo caso se paragonato con il secondo. Il capo famiglia riceve lo stipendio da un’azienda e spende poi i soldi in un mercato in cui i prodotti della sua azienda hanno spesso un peso marginale o del tutto irrilevante (l’operaio non è obbligato a comprare i prodotti che fabbrica per ricevere lo stipendio o per non fare fallire l’azienda in cui lavora). Le scelte di spesa della famiglia non influenzano per nulla la continuità di reddito, perché i due flussi si muovono in contesti completamente differenti. La spesa e la tassazione (le uscite e le entrate pubbliche) dello Stato vengono invece rivolte nel medesimo spazio collettivo: la spesa per servizi, stipendi, investimenti, viene fatta per i cittadini e i prelievi fiscali vengono fatti a carico dei cittadini. Qualunque spostamento nell’uno o nell’altro senso sposta quindi gli equilibri all’interno della cittadinanza, con effetti moltiplicativi e redistributivi che ormai sono ben noti anche ai non addetti ai lavori. Quando uno Stato taglia la spesa pubblica, ciò statisticamente comporterà una flessione della domanda aggregata e del reddito nazionale, con conseguente riduzione delle entrate fiscali dello Stato. Non appena invece lo Stato impone una nuova tassa, questa avrà un impatto negativo sui consumi e sul reddito, finendo spesso per ridurre di una quantità maggiore le entrate dell’erario sia in termini diretti che indiretti e avvantaggiando certe classi sociali a discapito di altre, in base alla progressività e alla calibrazione della tassa stessa. In definitiva, tanto è facile condurre una famiglia (si fa per dire, soprattutto di questi tempi), quanto è complicato governare uno Stato.


Se dovessimo invece affidarci al puro tecnicismo economico, saremmo addirittura costretti ad escludere qualunque opzione redistributiva e sociale dall’orizzonte delle scelte  del decisore pubblico perché secondo la Pareto-efficienza non si può migliorare in assoluto l’allocazione delle risorse quando ciò comporta un peggioramento di condizione anche solo di un individuo: detto in altre parole, non potremmo fornire un sussidio sociale ai più poveri se ciò implica un aumento di tassazione per un ricco. La tecnica economica insomma si concentra molto sull’aumento di efficienza del sistema e di creazione di ricchezza in generale (il PIL) ma è assolutamente disinteressata a ciò che avviene all’interno del sistema, in termini di redistribuzione, equità, giustizia. Definendo furbescamente questo "disinteresse" come neutralità scientifica, la quale a sua volta viene rivendicata sulla base della solita ricostruzione ideale e favolistica della storia inventata dagli economisti: in un lontano, arcadico passato eravamo tutti uguali e i poveri sono diventati tali perché non hanno saputo sfruttare bene le opportunità concesse dal libero mercato, mentre tutte le questioni legate alle posizioni dominanti, ai diversi rapporti di forza fra classi storicamente agiate e categorie sfruttate sono solo dettagli, su cui un vero studioso di economia non può e non deve soffermarsi. In questo senso ogni intenzione redistributiva dello Stato diventa deleteria e passibile di inquinare la perfetta efficienza allocativa del mercato, perché quest’ultimo sa fare già in modo automatico e ottimale ciò che lo Stato vorrebbe fare per decreto. Capite bene che una tale visione surreale e semplicistica della storia si scontra innanzitutto con il buon senso, e in secondo luogo con i dati empirici, che hanno dimostrato a più riprese che il mercato non può essere considerato una grandezza o un luogo ideale neutro al pari di un campo vettoriale, un piano cartesiano, uno spazio multidimensionale, perché se in questi ultimi si muovono numeri insensibili e imperturbabili, nel mercato interagiscono invece uomini e questi oltre ad avere passioni, vizi, virtù, assumono spesso un peso, una forza e una capacità di spesa superiori non tanto per loro abilità o per scelta ma per fortuna, coercizione, raggiro e necessità.


Queste difficoltà e anomalie i nostri politici, almeno per sommi capi, li conoscono bene, tuttavia siccome da tempo non si occupano più di politica e governo della nazione per il bene della collettività, ma fanno soltanto saccheggio feroce delle ricchezze pubbliche e private del paese per conto di una minoranza di cui essi stessi fanno parte, ecco che il teatrino della politica viene utilizzato con buoni frutti per coprire le loro reali intenzioni e in mancanza di una critica efficace può continuare indisturbato ininterrottamente. E così in Italia si discute da anni delle risibili beghe sessuali e giudiziarie di un vecchio impotente, delle ingarbugliate trame di palazzo e di partito di inqualificabili gruppi dirigenti imprenditoriali e politici, di questioni sociali e civili importanti in un paese economicamente e culturalmente evoluto (femminicidio, omofobia, diritto vita, ius soli) ma devastanti di fronte alla prospettiva di un paese a pezzi, senza più uno stato sociale degno di questo nome, i servizi pubblici allo sbando, la svendita e lo smantellamento del tessuto produttivo, i diritti costituzionali quali il lavoro, la dignità e il giusto reddito calpestati giornalmente. Con i partiti cosiddetti di “centrodestra” e “centrosinistra” che, in mezzo alla furibonda espropriazione del nostro futuro e dei fondamenti della democrazia, si sono specializzati in un preciso settore di aggressione: il centrodestra vuole derubarci con il taglio della spesa pubblica, il centrosinistra con l’aumento delle tasse. Ma entrambi gli schieramenti hanno infine lo stesso obiettivo: il depotenziamento del ruolo dello Stato nelle scelte di carattere politico ed economico e la riduzione dell’intero paese a protettorato o colonia delle ricche nazioni del nord, prendendo a pretesto il rispetto dei vincoli europei di bilancio e degli accordi intergovernativi capestro (vedi Fiscal Compact e Mes) che prima firmano e poi rinnegano.


Sembra un controsenso che i politici si affannino per contare sempre meno in politica, ma in effetti i benefici personali che guadagnano dalla sudditanza di fronte ai poteri forti sono di gran lunga superiori rispetto a quelli ottenuti da un’onesta militanza per la difesa del proprio popolo. Secondo voi un politico guadagna di più quando lotta per garantire il diritto pubblico allo studio o alla salute dei propri concittadini, o quando aiuta le lobbies del gioco d’azzardo ad evadere le tasse? Ha più vantaggi ad assumersi la responsabilità di governo di un paese complesso come l’Italia oppure a lasciarsi telecomandare da enti sovranazionali privatistici che oltre ad avere potenzialità finanziarie illimitate sanno già benissimo cosa fare della nostra nazione? Fate un po’ i conti e il risultato questa volta è presto ottenuto. I politici ormai fanno a gara per dimostrare fedeltà al più forte di turno e per manifestare in ogni occasione disponibile religiosa devozione ai fallimentari dogmi economici, quali la concorrenza imperfetta, il libero mercato che in sé non garantisce alcuna libertà ma favorisce la concentrazione della ricchezza in poche mani, la competitività senza confine che mette uno contro l’altro i lavoratori di paesi diversi in una folle corsa al ribasso, l’autonomia e l’indipendenza della banca centrale, che ha privato i decisori pubblici della leva monetaria ed eliminato a monte il necessario coordinamento fra politica monetaria e fiscale, la moneta unica, che non consente alcun tipo di aggiustamento attraverso la flessibilità dei tassi di cambio e scarica tutti gli oneri sui salari dei lavoratori. Una vera e propria camicia di forza che ha prevedibilmente portato nel baratro il nostro paese, con punte di disoccupazione giovanile del 40% e la caduta a picco del reddito nazionale.


E quando qualcuno viene gettato a mare con una camicia di forza, il primo pensiero da cui viene assillato è liberarsi dalla camicia di forza, mentre tutto il resto diventa ben presto secondario, inutile, trascurabile. Bisogna quindi riprendersi lo spazio di manovra politica, attraverso la cancellazione di ogni incomprensibile e inefficace vincolo di natura economica e finanziaria. E non sarà facile visto che i cialtroni che siedono in parlamento e nei ministeri sarebbero pure disposti a morire (o meglio a farci morire) pur di difendere ad oltranza quei vincoli, e per decretare il definitivo primato dei fragili assunti economici tanto propagandati da insospettabili esperti della prima ora, lautamente finanziati dai soliti poteri forti, sui principi costituzionali universali quali la giustizia e l’equità sociale, la solidarietà, la libertà d’impresa e di opinione, la dignità, il decoro, la cultura, l’emancipazione dalla miseria. Tanto per fare un esempio, l’apprendista stregone Enrico Letta, tanto nipote di tanto zio, scrisse già nel lontano 1997 un breve libretto dal titolo emblematico, che doveva essere un preciso segnale a chi di dovere per facilitare la sua ascesa politica e offrire i suoi umili servigi alla causa degli oligarchi: “Euro sì. Morire per Maastricht”.


Pensate un po’, quest’ameba travestita da politicante sarebbe disposto a morire per difendere il pareggio di bilancio, il tasso di inflazione al 2%, il limite del debito pubblico al 60%, l’apertura incontrollata agli scambi commerciali e finanziari internazionali, le privatizzazioni selvagge, per dimostrare che 2 più 2 fa 5. Perché da che mondo è mondo, e fino a prova contraria, tutti i modelli economici rigidi si sono sempre rivelati transitori e instabili, mentre ben altra cosa sono quei monolitici principi etici universali, impressi a fuoco e a sangue nella Costituzione, che invece di scomparire, come insistentemente vorrebbero alcune élite di potere, si corroborano nel tempo a qualunque latitudine. Diffidate quindi da tutti coloro che vi invitano a non inquinare il dibattito economico con questioni morali, perché ogni scelta economica, soprattutto quando diventa irreversibile e immutabile, nasconde un preciso indirizzo politico e ogni indirizzo politico ha in sé una sua morale. Lasciare solo agli economisti di professione dibattere di economia, equivale a consentire soltanto ai biologi di parlare di Vita. Una cosa è il tecnicismo, altra cosa sono i principi che vanno oltre la tecnica e rappresentano l’ossatura portante di un individuo e di una nazione. E concludo con una riflessione ampiamente strumentalizzata e fraintesa del più grande economista del secolo scorso, John Maynard Keynes:


Ma questo lungo periodo è una guida ingannatrice negli affari correnti. Nel lungo periodo siamo tutti morti. Gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile, se, in momenti tempestosi, possono dirci soltanto che, quando l’uragano sarà lontano, l’oceano tornerà tranquillo”.


Questa frase ha suscitato una ridda di interpretazioni, che hanno grossolanamente confinato il pensiero del grande economista in un arco temporale molto ristretto e all’interno di un significato ancora più riduttivo: “siccome nel lungo periodo saremo tutti morti, fregatevene del futuro e concentratevi sul presente, facendo tutto ciò che è necessario per stare bene noi, adesso. Spesa pubblica a deficit, piena occupazione, politiche inflazionistiche. Per nostra fortuna le eventuali conseguenze delle nostre attuali scelte sbagliate dovranno sobbarcarsele le future generazioni, perché tanto a quel punto noi non ci saremo più, saremo morti”. E invece, inserendo questa frase in una chiave di lettura molto più ampia, risulta chiaramente che Keynes volesse dire tutto il contrario: “vivete responsabilmente il presente, perché il futuro è una somma di tanti brevi periodi, e se continuate a fare scelte sbagliate oggi non potete sperare che arrivi come per magia un futuro luminoso di benessere per tutti, confidando in un’ipotetica e indimostrabile stabilità dei mercati che prima o dopo tendono sempre all’equilibrio. Se la situazione è instabile e squilibrata oggi, e nessuno fa niente per aggiustarla, lo sarà anche domani, e dopodomani, e fra un anno, e fra un secolo”. Keynes si dimostrò un buon profeta e non è un mistero che lui stesso, che era un economista, credesse nel primato della politica, dell’etica sull’economia, e relegasse il ruolo degli economisti a quello di semplici dentisti, capaci di darti la cura giusta al momento giusto, e poco più.


39 commenti:

  1. Approfitto di questo post per salutare calorosamente tutti i lettori che hanno atteso con pazienza il mio ritorno e tutti coloro che in questi mesi mi hanno incoraggiato e sostenuto. Purtroppo nuovi e gravosi impegni lavorativi e personali mi hanno impedito e mi impediranno in futuro di occuparmi come vorrei della gestione di questo blog e quindi vi chiedo scusa fin da adesso se non potrò pubblicare con regolarità e costanza. Tuttavia ciò non mi impedirà di fare di tanto in tanto incursioni nel blog e soprattutto di attivarmi nella vita reale affinché si crei un dibattito serio intorno alle questioni davvero importanti del paese. Un saluto a tutti!!! Piero

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    1. Ci mancavi; non ti assentare troppo :-)
      Su questi temi poi...

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    2. Grazie Quarantotto, sono pure un pò in arretrato con i tuoi post ma cercherò di recuperare quanto prima...purtroppo il tempo libero scarseggia e a volte, penso che sia molto più importante utilizzarlo nelle attività di sensibilizzazione sul territorio che sul blog...anzi, da questo punto di vista la mia attività non si è mai interrotta!!! Buona Resistenza a tutti!!!

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    3. Allora ti farò una proposta di sensibilizzazione sul territorio...molto presto :-)

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  2. Bentornato!
    Ci sei mancato....

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    1. Grazie Giuseppe...sarà un pò ruffiano, ma mi siete mancati anche voi!!!!

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  3. Bentornato!

    Tu quoque Piere ...
    Questa estate ormai passata ha visto diversi gestori di blog dichiaratamente anticapitalisti e/o marxisti confezionare post sulla economia come scienza. Non è stato mai chiaro se fosse una possibilità di dibattito o un mettere le mani avanti. Benché, ad attenti osservatori, potrebbe risultare una congiunzione astrale. Non lo so e non mi interessa scoprirlo. Il fatto è che in tutti i casi chi ha scritto il post ha tenuto a precisare per prima cosa che l'economia non è una scienza esatta, magari è una scienza sociale. Il reiterato refrain (scusate: repetita ...) mi ha un po' stufato.
    E ora ti ci metti anche tu (ecchec ...)


    «Se l’economia fosse una scienza esatta non ci sarebbe di che dibattere: è impossibile dare un giudizio di valore sul fatto che 2 più 2 fa 4. Questa è una verità assoluta valida a qualunque latitudine e in qualsiasi epoca storica. Eppure trattandosi di una scienza sociale, influenzata dai comportamenti dei singoli individui, delle aggregazioni di individui e delle realtà istituzionali, in economia non è detto che 2 più 2 faccia 4. Può fare 5 in Australia e 6 in Svezia, e 8 oggi e 10 domani. Una volta date certe ipotesi di partenza e i vincoli del problema, il risultato rimane nella maggior parte dei casi un mistero imponderabile, ... »

    In tutti i casi in cui coloro che dispongono delle chiavi di cucina si mettono a confezionare certi ingredienti il risultato è,
    immancabilmente, delizioso per una piccola minoranza e assolutamente immangiabile per tutti gli altri (che infatti cominciano a fare la fame).
    Gli ingredienti sono i seguenti (sempre gli stessi).
    Valore della moneta fisso (non segue la domanda-offerta), libera circolazione dei capitali, libera circolazione delle merci, banca centrale nazionale privata (pardon: "indipendente". Quello che sta capitando ora nell'ue-uem: non è sotto il controllo dello Stato), insaporito da pochissima inflazione.
    Il risultato è sempre lo stesso: delizioso per una piccola minoranza e assolutamente immangiabile per tutti gli altri.
    Anche in economia 2+2=4.
    Io non sono economista e te lo dimostro in modalità "il primo che passa".
    Prendi un altro "primo che passa", in questo caso
    J.London: Il popolo degli abissi - Robin Edizioni
    , e confronta con quello che succede ora in Grecia, in Portogallo e che sta cominciando a succedere anche da noi e dimmi: quanto fa 2+2?

    Tu sai bene che ci sono economisti che l'hanno già dimostrato con gli strumenti dell'economia, quindi non starò a tediarti.

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    1. Il discorso in effetti è molto complesso e non può essere risolto in modo semplicistico, come ho fatto io, lo ammetto. Però siccome nemmeno io sono un economista e aspiro ad esserlo, cercherò di spiegartelo alla mia maniera matematica, ingegneristica. Tutte le leggi di mercato basate sull'interazione di domanda e offerta sono delle astrazioni statistiche, che non sempre trovano riscontro nei dati: per esempio, non è sempre vero che una riduzione del prezzo fa aumentare la quantità domandata, perchè ci sono i beni inferiori o di Giffen per cui una riduzione del prezzo produce una riduzione della quantità domandata. Questo per dire, che ogni volta che ci creiamo delle certezze in economia andiamo sempre incontro a delle eccezioni.
      Il fatto che utilizzando delle ricette rigide di politica economica si ottengono quasi sempre dei risultati pessimi, non dipende tanto della tecnica (ci possono essere delle unioni monetarie che funzionano benissimo), ma dall'impossibilità di azione politica: è la politica che risolve i problemi, mentre l'economia ti mette di volta in volta gli strumenti per risolvere i problemi, che in alcuni casi possono essere socialmente accettabili e in altri sgraditi. Lo stesso Keynes aveva per esempio l'abitudine di fornire alle autorità pubbliche tre o quattro opzioni per volta, che erano spesso in contrasto fra di loro. La politica deve sceglierne uno, adottarlo bene e in caso di errore, correggerlo tempestivamente. Pensare di avere la ricetta magica che risolve tutti i problemi contemporaneamente (flessibilità di cambio, controllo della banca centrale, protezionismo etc) è un errore colossale simile a quello di chi ha inteso ingessare l'azione politica con vincoli rigidi. Ti potrei fare tantissimi esempi di paesi che hanno le caratteristiche di massima flessibilità, che sono però in crisi (magari meno noi...) perchè hanno una pessima politica che non solo non sa scegliere bene ma è immobile e impantanata. E' chiaro che io preferisca molto di più gli strumenti flessibili a quelli rigidi, ma per essere veramente efficace l'economia dovrebbe essere "discrezionale", lasciando ai decisori politici tutte le porte aperte per fronteggiare gli errori e gli squilibri che per sua natura la gestione di un sistema complesso comporta. Quando l'economia viene utilizzata in modo "scientifico", prima o dopo si arriva sempre ad un disastro, ad un punto morto, perchè i dati non collimano più con le nostre aspettative. Quindi, ripeto, per me l'economia diventa "moralmente" attaccabile quando impedisce ai decisori politici di fare scelte, perchè confidare troppo semplicisticamente che 2+2=4 oggi e se facessimo 3+3 avremmo 6 domani, è un errore dello stesso ordine di grandezza. Non so se mi sono spiegato, e ti garantisco che ero all'oscuro del fatto che esistesse un dibattito su questi temi, che in verità io tratto ormai da tempo. Perchè sono un ingegnere, un matematico e non un economista. E di fronte a certe semplificazioni (sia nell'uno che nell'altro caso) rimango sempre un pò perplesso. Bisogna uscire dall'euro, non perchè la flessibilità di cambio ci darà ricchezza perpetua per noi e le future generazioni (anche se in questo preciso momento storico sarebbe la ricetta immediata più utile per il nostro sistema produttivo), ma perchè la politica potrà avere di nuovo gli strumenti e lo spazio di manovra per governare il paese. E so di essere impopolare dicendo questo, perchè la fama e la competenza dei nostri attuali politici sono pessime!!!!!! E per questo motivo, bisognerebbe impedire che siano loro a gestire la delicata transizione e formare con forza e con impegno una nuova classe dirigente...e qui viene la parte più difficile del NO-EURO!!!

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    2. A proposito delle curiosità estive ho dato la doppia possibilità: dibattito sull'economia come scienza sembra eccessivo e forse è solo un mettere le mani avanti. Oppure qualcosa di questo genere in cui è predefinito quanto si dice di voler capire. Inutile mettere link a talaltre inutilità.
      Ti potrebbe invece interessare, se ti fosse sfuggito, questo contributo.
      Nella tua risposta, e te ne ringrazio, mostri conoscenze di economia tali da darmi conferma di qual'è il mio posto, che non ho velleità di abbandonare. Ti dichiari ingegnere e anch'io lo divenni. Pertanto mi limito alla parte emergente dell'iceberg (confidando nella veridicità dell'aforisma per cui "La profondità si nasconde alla superficie") cioè l'osservazione degli eventi, senza occuparmi di politica (che ben poco mi si confà).
      Rilevo che dati tali ingredienti (già indicati) di politica economica, gli effetti sono analoghi.
      Lo mostra F.List citato ( qui e qui )
      Effetti che vengono illustrati nella già citata inchiesta di J. London.
      Se non sbaglio anche in Argentina di fine secolo XX si vedono tali ingredienti di politica economica e analoghi effetti.
      Idem per le politiche euro-ue-uem.
      Se i dati forniti sopra sono degni di considerazione, mi procurava sconcerto, e una punta di inquietudine, sentire da più parti che la banale somma due+due potesse dare risultati diversi da quattro (in fin dei conti ingegnere sono e tale resto).
      Ho potuto contare, ancora prima di leggere la tua risposta, su due pareri forniti da studiosi al di sopra di ogni sospetto e il mio scuiètu può dileguare.
      Ciò significa che questo mio commento è da intendere come niente più che un modesto contributo: mi auguro possa essere di qualche utilità documentale.

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    3. Ogni contributo documentale è sempre molto gradito, come anche qualunque contraddittorio che porti ad una maggiore riflessione e consapevolezza...leggendo un pò fra i link che hai postato, ho potuto constatare che List aveva un'idea di economia molto più pragmatica e realistica di un qualunque modello matematico statistico: in economia vince chi è geopoliticamente più forte e non chi applica meglio i modelli matematici economici...che è la stessa cosa che dire che la libera concorrenza favorisce sempre le aziende più forti e attrezzate a danno delle piccole e medie aziende!!!! Le evidenze empiriche dicono questo e chiunque sostenga il contrario vive solo nel mondo dei sogni o è chiaramente in malafede!!!!

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  4. "Eppure, proprio nel punto più basso della parabola discendente della democrazia, qualcosa è avvenuto. Qua e la accademici, intellettuali, semplici cittadini, me compreso, si sono risvegliati dal torpore e sono insorti per fare sentire la loro voce e spiegare agli altri cosa stava accadendo. Un movimento oltremodo disomogeneo e disorganizzato che ha la fortuna ma anche il limite di essere sorto spontaneamente, senza alcuna precisa programmazione e definizione degli obiettivi condivisi. Ognuno va per la sua strada e tutti credono di remare dalla parte giusta più e meglio degli altri. Il nemico comune è la mistificazione e il ribaltamento della verità dei fatti, ma i mezzi utilizzati da ognuno sono tra i più svariati: associazioni culturali, movimenti politici, think tank, apparizioni televisive, convegni, assemblee costituenti, manifesti, blog, siti internet. Il centro del contendere rimane però quasi sempre lo stesso: l’economia e i rapporti di subalternità fra politica ed economia."

    Perché queste forze (singole persone, economisti, giuristi, blogger, associazioni, etc.) non riescono a fare fronte comune almeno attorno agli obiettivi comuni basilari ed imprescindibili? Perché non riescono a rinunciare ai propri eventuali particolarismi e personalismi e a concentrarsi sugli obiettivi comuni invece che sulle differenze? E' triste ad esempio assistere in rete e fuori dalla rete ad inutili beghe personali sulla rivendicazione della primogenitura delle battaglie anti euro. Tanto più triste e paradossale quando coinvolgono esponenti del mondo accademico che dichiarano di accreditare il loro personale impegno a tutela di nobili principi collettivi. Invece di combattere assieme per la libertà e la democrazia, finiscono per combattersi tra loro (e basta leggere i vari blog o assistere alle dichiarazioni nei convegni per rendersene conto). Capisco la necessità di confronti anche aspri come esigenza di chiarezza per la definizione inequivoca di intenzioni ed obiettivi, possibile però che non si riesca a trovare una sintesi e ad individuare un manifesto di istanze comuni per il recupero dei basilari principi di sovranità democratica? Le azioni singole, per quanto meritorie, se non confluiscono in un'azione collettiva strutturata, rischiano di diventare dispersive.
    Buon lavoro.

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    1. Massimiliano, queste tue stesse domande me le sono poste anche io, tante volte, trovando poi delle risposte deprimenti, quando mi sono scontrato concretamente con i personalismi e i distinguo: "Io sono un economista e lui no...lui è un MMTer e io no...io sono un sovranista di destra e tu di sinistra, etc, etc..." Non so esattamente, a livello psicologico ed antropologico, perchè questo accada, ma penso che sia nella natura umana la tendenza a voler primeggiare ed essere a capo di qualcosa, per quanto piccolo ed insignificante ciò possa essere: "everybody wants to rule the world", cantavano i Tears for Fears tanti anni fa...il mio impegno infatti è stato ed è attualmente rivolto a cercare di risanare i conflitti inutili e a creare sinergie fra associazioni e movimenti, e non ti nascondo che è molto molto difficile e ci vuole la pazienza dei santi!!!! Comunque, a mio modo di vedere, tutte le energie dovrebbero confluire in un progetto politico, perchè rimanere poi confinati nel solo campo della divulgazione scientifica diventa riduttivo e desolante...si ci azzanna per un grafico o per un millesimo di percentuale, quando poi nessuno è in grado di capire o di fare scelte appropriate, o ancora peggio si assumerebbe mai la responsabilità di fare scelte.
      Mi rifaccio sempre a Keynes (sai com'è, quando uno deve trovare dei modelli, sceglie i migliori...), per dire che lui non si limitava a fare discorsi accademici, ma spesso comunicava direttamente con i politici, consigliava scelte concrete, si affannava affinchè la classe dirigente fosse più istruita e consapevole, si esponeva in prima persona insomma e non si isolava nel suo bel mondo di dati, grafici, affermazioni perentorie, che durano il tempo di qualche settimana e poi vengono dimenticate. Capisco che è molto più complicato sporcarsi le mani, ma il lavoro dell'economista questo dovrebbe essere (come quello del dentista appunto), in caso contrario ti limiti a fare il professore di economia e tanti bei saluti ai bei discorsi sulla salvezza del mondo!!!!! Dovremmo averne tanti oggi di economisti come Keynes, che non faceva mai distinguo, non diceva con quello non ci parlo perchè è sporco, brutto, cattivo, o è laburista o è conservatore o è un fascistello senza arte nè parte...che è un buon modo, furbo ed ipocrita, per non sporcarsi mai le mani!!!!!

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  5. Sono tornato sul tuo blog per caso, e con sorpresa ho visto (e letto) questo ottimo articolo.
    Continua a scriverne ( quando puoi)

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  6. Grande piero sono contento di risentirti di nuovo :), articolo che piu chiaro non si puo, ormai anche i muri ti capiscono ^_^

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  7. Finalmente Piero, sei ritornato!!
    Ne sono contentissimo.

    Speriamo che non ti assenti troppo.

    In bocca al lupo per la tua campagna di sensibilizzazione.

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  8. Grazie a tutti per l'affetto e l'incoraggiamento!!!! Vi prometto che finito questo terribile settembre, cercherò di essere più presente nel blog e più attivo sul territorio...anzi spero di potervi presto comunicare la data di un incontro-convegno a cui parteciperanno personaggi politici insospettabili, che hanno deciso (bisogna capire il motivo...anche se potrebbe essere facilmente intuibile...) di cavalcare la campagna NO-EURO...so che in questi casi bisogna essere molto sospettosi e prudenti, ma siccome il fine giustifica i mezzi, cercheremo di utilizzare la loro visibilità per far conoscere i nostri fini!!!!!

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    1. Alemanno????
      Approfitto per un saluto e spero di leggerti più spesso.

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    2. Diciamo, Contessa, che ti sei avvicinata ma non è Alemanno...considera che il convegno si terrà a Palermo, ergo...chi potrà mai essere questo insospettabile politico???

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  9. Buonasera Piero,
    Mi unisco ai saluti ed alle felicitazioni di tutti per il tuo ritorno.
    Il cammino lungo la strada dell'emancipazione politica e culturale è lungo e pieno d'insidie.
    L'opera di divulgazione darà i suoi frutti quando sarà in grado di tradursi concretamente in sensibilizzazione e partecipazione personale dei singoli individui alla costruzione del bene comune.
    L'obiettivo nobile non è solo quello di svincolarsi dalla morsa stretta dei vincoli esterni (rigidi quanto arbitrari) ma soprattutto quello di forgiare e far emergere una nuova classe dirigente che tragga le proprie forze ed i propri stimoli da un profondo senso critico, etico e morale della civiltà umana, nel solco della filosofia ellenica che fu in grado di gettare le radici, assieme al successivo corpus giuridico romano, della storia occidentale.
    E non per il primato culturale stesso in una sorta di rinnovato scontro tra occidente-oriente o nord-sud o centro-periferia ma per il necessario riassorbimento di quel gap ormai palesemente e drammaticamente esistente tra politica ed economia, istituzioni e popolazioni, oligarchia e democrazia, stato e mercato.
    Pertanto l'augurio è di buon lavoro, affinché serenità di giudizio, pazienza e lungimiranza fungano da fari per i ns sguardi e da sostegni per i ns passi futuri.
    Un caro saluto,
    Elmoamf

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    1. Grazie Elmoamf, è un piacere anche per me risentirti...il tuo monito alla formazione di una nuova classe dirigente competente e responsabile è più che mai sentito in questo momento, diciamo pure che ci stiamo lavorando...per quanto riguarda la partecipazione attiva, il mio consiglio è quello di avvicinarti gradualmente ad ARS, perchè ti assicuro che è una realtà politica dove vengono tenuti in massima considerazione tutti i principi etici e critici a cui facevi riferimento...chissà magari, in qualche convegno o assemblea, avrò pure il piacere di conoscerti personalmente!!! Sarebbe davvero un grande onore per me, perchè sono certo che avresti tante cose da insegnarmi!!!!

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    2. Ciao Pier,
      Grazie per il consiglio che tralaltro ho già messo in pratica. Sono socio Ars da circa un mese ossia dall'incontro regionale del Lazio tenuto il 21 settembre a Roma (http://www.riconquistarelasovranita.it/incontri/resoconto-del-primo-incontro-regionale-laziale-del-21-settembre-a-cura-del-nuovo-socio-massimo-elmoamf-paglia).
      Questa domenica ci sara un convegno sempre a Roma organizzato da Reimpresa ed al quale parteciperò. Tra i relatori ci sarà anche Barra Caracciolo, Savona, Galloni e Rinaldi.
      Un caro saluto,
      Elmoamf

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  10. Geremia
    Sono anch'io felice che Lei abbia ripreso! Pensi che in questi mesi, ogni volta cha accendevo il computer, non ho mancato mai di fare una capatina al Suo sito!
    La ripresa non delude: come sempre l'analisi e le considerazioni sono interessantissime ed è una constatazione che le migliori menti che ancora sanno ragionare autonomamente hanno ricominciato a funzionare e ad esprimersi descrivendo, come ha saputo fare egregiamente Lei in questo articolo, con acutezza "scientifica" la situazione eco-socio-politica che sta travolgendo le economie degli stati europei.
    Se l'economia è una scienza, si può affermare che, nel nostro tempo, è diventata scienza dello "strangolamento". La ricetta applicata (algoritmo) è stata anche abbastanza semplice: "Minimo al pubblico, massimo al privato". I risultati sono disastrosi per una nazione /stato composta di tanti individui (per altro "cittadini") sacrificati al Molech divoratore dei predatori stranieri . Non mi pare che questa sia scienza economica (che sarebbe meglio intendere come ars-economica), ma piuttosto "arte militare" dove, invece delle armi solite, si adopera la "moneta" e le strategie dell'inganno e della corruzione.

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    1. Geremia, concordo pienamente...stanno applicando un metodo scientifico di strangolamento, un esperimento sociale per capire fino a dove si possono spingere e fino a quando la gente non si ribellerà definitivamente...purtroppo, siamo ancora lontani da una timida avvisaglia di reazione popolare e democratica, ma è proprio per questo motivo che dobbiamo, in tutti gli ambiti possibili (amici, parenti, lavoro...), cercare di far sentire la nostra voce e seminare qua e la quantomeno il dubbio fra la gente...dal dubbio deriva la curiosità e dalla curiosità scaturisce la consapevolezza, e solo attraverso una rivolta consapevole possiamo sperare di avere cambiamenti sociali positivi e duraturo...il processo è ancora lungo e laborioso, ma ciò ci deve stimolare a fare ancora di più e ancora meglio!!!

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  11. Bentornato Piero!
    Trovo lodevoli sia i contenuti dell'articolo sia i tuoi tentativi di fare sinergia fra le varie forze sovraniste :)

    Ci stiamo provando anche noi piemontesi ^^
    http://mattiacorsini.blogspot.it/2013/10/allattacco-del-pud-2-che-le-legnate-di.html

    Il 13 ottobre a Roma ci sarà un vertice di ogni realtà sovranista, organizzato da reimpresa io e SdA ci saremo :)

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    1. Bravissimo Mattia, a ricordare il convegno del 13 ottobre a Roma, che ribadirò nel prossimo post...a proposito, complimenti per il tuo blog, che metterò subito tra i miei preferiti e coniuga benissimo uno stile personale inconfondibile e la divulgazione dei dati di fatto rigorosa e puntuale...complimenti di cuore!!!!

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  12. Bell'articolo, concordo assolutamente. A proposito di Pareto-efficienza, per dimostrare quanto sia assurda e inutile questa nozione, facciamo un esperimento mentale: immaginiamo una società in cui un unico individuo possieda tutte le ricchezze, e tutti gli altri siano nullatenenti (tipo feudatario e servi della gleba). Sarrebbe Pareto-efficiente, perchè per migliorare la situazione dei più bisognerebbe peggiorare quella di uno!

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    1. Ragionamento ineccepibile, questa sì che è Gengiss-efficienza!!!!

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    2. No, un momento. Pareto efficiente non significa una "situazione" ma un cambiamento della situazione. Quindi la società con un ricco e molti poveri non è Pareto efficiente; è il passaggio da quella società a un'altra in cui tutti si dividano equamente le ricchezze che sarebbe Pareto efficiente.
      Non so se si nota la non piccola differenza...

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  13. Buon salve, caro Piero Valerio.
    Personalmente, grazie al responsabile sardo, mi sto avvicinando all'ARS, tentando di vincere il mio sospetto verso lo Statuto d'occupazione NATO che loro venerano.

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    1. Dai Cyrano, non essere così duro con la nostra carta costituzionale, che alla fine è solo un bel programma di buoni propositi mai applicati a causa dei motivi e dei processi storici che ben conosciamo...ma i buoni propositi rimangono e li dobbiamo tenere sempre ben presenti lungo il duro cammino che ci aspetta...dai, rompi gli ultimi indugi ed entra anche tu in ARS, ti voglio nella mischia, devi essere dei nostri!!!!

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    2. Sarò dei vostri, anche se non mi tessererò, e ci conosceremo pure di persona, finalmente.
      Certo, la Costituzione al Titolo 3 è interessante, ma per il resto...dai, non dirmi che non senti la necessità di una riforma del rapporto fra i poteri, del ruolo delle camere, degli articoli che ci consegnano in mano straniera, delle stesse istituzioni.
      Con tutto che, ripeto, Gandhi non si è mai sognato di venerare lo statuto concesso da Vicerè, anche se era (oggettivamente) meglio dell'ordine castale precedente.
      Comunque, vabbè, ogniuno ha i suoi miti.
      Io preferisco Mazzini.

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  14. Statuto d'ccupazione Nato, cosa sarebbe?

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    1. Credo che sia chiamata "Costituzione della Repubblica italiana".

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  15. Volevo essere sicuro prima di replicare: potresti indicarmi dove nella Costituzione si menziona la Nato ?

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    1. Potresti indicarmi dove nella costituzione Giapponese sia indicato l'occupante americano?

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  16. Non conosco il giapponese, ma immagino che non sia indicato. Il punto quindi è che l' "occupazione" (basi americane, appartenenza alla Nato ecc.) non è una prescrizione della Costituzione (anche perchè altrimenti i comunisti non l'avrebbero approvata), ma uno stato di fatto. Questa è una buona notizia: significa che la nostra è una Costituzione da stato sovrano, e che in qualsiasi momento possiamo uscire dalla Nato senza violarla.

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